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Don Mimmo Battaglia Vescovo

Video a cura del Tgr Calabria


Don Mimmo, il vescovo delle carezze e della tenerezza

Dalla parrocchia del Carmine alla guida del centro calabrese di solidarietà. Il percorso del vescovo
 

24 giugno 2016

 

Quando Papa Francesco iniziò a scegliere i nuovi vescovi tra i preti di strada, tutti ma proprio tutti, in questa città hanno pensato a chi ha dedicato la sua vita agli ultimi fin dall’inizio del suo cammino ecclesiastico. E in tanti hanno sperato e forse anche pregato che questo destino toccasse anche a lui. Lui originario di Satriano, lui, legato a questa città e a questa diocesi come pochi altri lo sono stati. Lui che con Dio ha avuto sempre un rapporto da amico tanto da scrivere: " Cristo non è uno che capisco, ma uno che mi attrae. Cristo non è uno che conosco,ma uno che mi afferra!E pongo i miei passi sui suoi passi!". Lui che fa precedere le sue omelie, mai banali, mai scontate, dalle canzoni di Fiorella Mannoia, Franco battiato e Fabrizio De andrè.
Don Mimmo Battaglia, da oltre 20 anni presidente del centro calabrese di solidarietà, è esattamente il prete che incarna l’ideale di guida che Papa Francesco ha pensato per sua Chiesa. Da parroco della Chiesa del Carmine, Don Mimmo Battaglia, ha percorso tutti i gradini della vita ecclesiale, anche quelli rotti e più tortuosi. Fino a quando, l’allora vescovo di Catanzaro, Monsignor Antonio Cantisani a cui don Mimmo non ha mai negato di essere particolarmente legato, non lo chiamò alla guida di quel centro che accoglieva ragazzi, uomini e donne con problemi di dipendenza. E’ stato tanto e tale l’impegno di Don Mimmo Battaglia da portarlo ai vertici della Fict, la federazione che riunisce tutte le comunità terapeutiche d’Italia. Ma Don Mimmo non ha mai considerato questo un lavoro, ma una vera e propria missione al punto di scrivere: “ll Vangelo tradotto in carezze infinite, questo linguaggio degli amori incredibili. Il volontariato, prima che attività sociale, deve diventare percorso esistenziale all'interno di noi stessi, viaggio scomodo, doloroso a volte, alla riscoperta della nostra umanità e fragilità. Essere al servizio, lavorare con e per gli altri, con il disagio, necessariamente ci impone di diventare strumento del nostro lavoro, di metterci in gioco. Ci impone la strada e il cammino comune. Paulo Freire sosteneva che non si educa ma ci si educa insieme; la stessa cosa vale per la cura: ci si cura solo insieme, laddove la cura non è rivolta solo ad un insieme di sintomi, ma alla totalità dell'essere umano, alla sua corporeità, alla sua mente, alla sua spiritualità, parti di un tutto indivisibile. Cosa vuole dire allora che ci si cura e ci si educa solo assieme? Essenzialmente una cosa semplice, piccola ma fondamentale: che il volontario, così come chiunque sia chiamato a lavorare fianco a fianco con le persone che vengono dalla strada o che vivono situazioni di difficoltà, di fatica, di disagio, di sofferenza, non deve mai rinchiudersi nella definizione comoda di un ruolo ma camminare, domandare, cercare, costruire. Deve combattere quotidianamente la sua battaglia silenziosa ed inevitabile contro la rassegnazione, la disillusione, la stanchezza. Deve ritornare alle radici della sua vocazione, ritrovare ogni giorno il punto della sua storia in cui qualcosa o qualcuno lo ha spinto a scegliere di spendersi, di condividere cammini. Deve, in sintesi, percorrere il suo necessario cammino spirituale, nella riscoperta dei sogni e dei bisogni più intimi, nella sua speranza e nella sua rabbia, nella sua fame e sete di giustizia, nella sua capacità di essere onesto osservando i propri limiti e la propria nudità. Nudo, già. Come Mosè di fronte al roveto ardente. Ma il roveto ardente non è solo lassù, sulla cima dell'Oreb”.
La parola tenerezza è tra quelle preferite da Don Mimmo, che non ha mai dimenticato di essere un uomo del suo tempo . Un tempo in cui i rapporti si atrofizzano e nessuno si chiama più per nome. Un tempo in cui la beneficenza si fa più per mettere a tacere i sensi di colpa che come sistema. “Non è più tempo, e forse non lo è mai stato, per dare da mangiare ai poveri senza fare tutto il possibile per rimuovere le cause della povertà. Non è tempo di aiuti al terzo mondo senza una lotta quotidiana per contrastare lo strapotere di un mercato globale e disumano che vuole sempre più distacco tra chi produce nella miseria e chi consuma nel benessere. Non è tempo di accogliere i tossicodipendenti senza riconoscere il mercato della droga nei legami tra mafie e governi e fare tutto ciò che possiamo per combatterli. Non è tempo di attività sociali per i disabili senza un sostegno reale e politico alla loro integrazione ed al rispetto dei loro diritti. Volontariato e politica devono necessariamente essere un tutt'uno, facce di una stessa medaglia virtuosa, binari di un percorso che può rendere questo nostro mondo un luogo più umano, più vivibile, più giusto. Significa ritrovare la capacità di sognare, di progettare futuri possibili, di immaginare un domani. Un volontario disilluso e disincantato è una contraddizione inaccettabile. Un volontario rassegnato è segno di una resa dell'umanità, è simbolo del fare per il fare, è la sconfitta della speranza. I care, allora! Mi sta a cuore: perché se non ti sta a cuore, ma soltanto ad affitto, a locazione, al fratello costretto a migrare non dai niente. Non basta la casa,un tetto, occorre un lembo della tua vita, del tuo mantello; perché il tetto, da solo, non copre, come la minestra non scalda se non c'è un po' di alito umano. Molte volte la gente non ha bisogno del piatto, ma della tovaglia che ci sta sotto, cioè della tenerezza. Mi sta a cuore: è la tenerezza della carità. È chiamare per nome, imparare il nome delle persone. soprattutto dei più poveri.. Se oggi si stanno smarrendo certi significati, è solo perché si vanno atrofizzando le relazioni”.

 

 





 

 

 

 

 

  

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