Seguire la stella, chinarsi sulla vita

Nell’Epifania il cuore della fede: Dio si rivela nel piccolo e chiede di essere cercato nella quotidianità

L’Epifania non è una festa di passaggio né un’appendice del Natale. È, piuttosto, il momento in cui il mistero celebrato si lascia comprendere più a fondo. Lo ha ricordato con chiarezza l’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace, S.E. Mons. Claudio Maniago, invitando l’assemblea a non ridurre il Natale a un solo giorno: «La Chiesa non si ferma il giorno di Natale – ha affermato – ma vive un tempo, il tempo di Natale, in cui continua a contemplare il mistero dell’Incarnazione».

L’Epifania dice, nel suo stesso nome, che Dio si è manifestato. Non resta nascosto, non è irraggiungibile. «Possiamo sapere qualcosa di Dio – ha spiegato l’Arcivescovo – proprio perché Dio ci ha mostrato il suo volto». Un volto che ha un nome e una storia: Gesù Cristo, rivelato «nella sua nascita, nella sua vita, nei suoi gesti e nelle sue parole, fino alla passione, morte e risurrezione».

Da qui un richiamo essenziale: «Il cuore e il centro della nostra fede è Gesù Cristo. Nessun altro avvenimento può distrarre la nostra attenzione». Essere cristiani significa essere discepoli, e tutto nella vita della Chiesa ha senso solo se conduce a questa sequela.

Nel contesto mariano della celebrazione, Mons. Maniago ha offerto una riflessione netta sulla devozione alla Vergine: «È vera devozione solo se riconosciamo in Maria una madre che ci porta a Gesù». Separarla dal Figlio significherebbe tradirne il significato più profondo: «La Madonna ha il suo splendore proprio nell’essere Madre di Gesù e Madre nostra, che ci conduce incessantemente a Lui».

Il Vangelo dell’Epifania introduce due segni decisivi: la stella e i Magi. Non elementi decorativi, ma immagini di una ricerca autentica. «I Magi erano uomini sapienti – ha ricordato l’Arcivescovo – capaci di scrutare il cielo per leggere i segni di una speranza per il futuro». Nelle profezie avevano intravisto l’attesa di «qualcuno su cui veramente si poteva contare».

Eppure, la loro ricerca incontra anche lo smarrimento. Quando la stella sembra scomparire, entrano nel palazzo di Erode. Lì il Vangelo mostra un altro volto dell’umanità: «Gente già paga – ha osservato – che non aveva bisogno di salvezza perché la riponeva nel potere e nelle cose». La nascita del Messia diventa motivo di inquietudine, non di gioia.

Il racconto evangelico culmina in un passaggio decisivo. «Questo astro luminoso – ha sottolineato l’Arcivescovo – pian piano li porta a guardare in basso». La stella conduce non a una reggia, ma a una casa povera, a un bambino.
«Non bisogna guardare in alto per trovare il Signore – ha affermato – ma più spesso bisogna abbassare lo sguardo sulla vita di tutti i giorni, quella più semplice e umile».

I Magi comprendono di essere arrivati a destinazione. Non tornano indietro, non ritirano i doni. «Si chinano – ha detto – e offrono a quel bambino ciò che avevano preparato per un grande re». È lì che riconoscono Dio.

Dopo l’incontro, i Magi riprendono la strada di casa. «Tornano alla loro vita di tutti i giorni – ha spiegato Mons. Maniago – carichi di quella gioia che solo l’incontro con chi ti tocca il cuore può suscitare». È il segno che l’Epifania non allontana dal mondo, ma lo rende abitabile con uno sguardo nuovo.

Per i cristiani di oggi la stella continua a brillare. «È la Parola di Dio – ha ricordato l’Arcivescovo – che costantemente guida la vita della Chiesa». Ascoltarla significa imparare a non inseguire ambizioni vuote, ma a riconoscere la presenza del Signore nei passaggi ordinari dell’esistenza.

Seguire questa stella conduce alle tappe concrete del cammino cristiano: l’ascolto, la fede vissuta, l’Eucaristia, «ogni domenica Pasqua della settimana». È lì che la speranza prende forma.

L’Epifania si conclude come un invito personale. «Come i Magi – ha concluso – vogliamo chinarci su questo bambino e offrirgli i nostri doni». Non ricchezze materiali, ma il dono più grande: «il nostro sì, il nostro dire al Signore: io credo».