
La 76ª Settimana Liturgica Nazionale si chiude lasciando aperto un cantiere. E proprio da questo cantiere arriva una consegna che riguarda da vicino anche la Chiesa di Catanzaro-Squillace, chiamata ora a tradurre nella vita pastorale le provocazioni maturate nei giorni di confronto sull’iniziazione cristiana.
A raccoglierne il senso, nell’intervento conclusivo, è stato Mons. Claudio Maniago, presidente del Centro di Azione Liturgica. Le sue parole hanno superato il semplice bilancio dell’appuntamento: quanto vissuto non può rimanere confinato nei giorni della Settimana, ma deve entrare nel discernimento delle Chiese locali e nel cammino della Chiesa italiana.
Il punto è netto: non basta correggere ciò che già facciamo. Occorre ripensare il modo con cui le nostre comunità generano alla fede.
Non basta «un lifting»
Mons. Maniago lo ha detto con un’immagine particolarmente efficace. Le difficoltà che attraversano oggi l’iniziazione cristiana non richiedono «soltanto una sorta di lifting per mettere a posto qualche ruga».
Non basteranno, dunque, una nuova indicazione, un sussidio aggiornato o qualche aggiustamento organizzativo per restituire efficacia a modelli nati in un contesto ormai profondamente mutato.
Occorre invece acquisire una maggiore consapevolezza del tempo nel quale la Chiesa vive e annuncia il Vangelo. Da qui la necessità di «un ripensamento serio» della presenza ecclesiale e della capacità della Chiesa di riproporsi come «comunità che genera».
È una prospettiva che investe la pastorale ordinaria: l’iniziazione cristiana, il rapporto con le famiglie, la formazione, la vita delle parrocchie e soprattutto il legame tra sacramenti, fede e appartenenza alla comunità.
Celebrare, annunciare, generare
In questa prospettiva la liturgia non può essere considerata un settore specialistico della pastorale. La riflessione sviluppata durante la Settimana ha mostrato la necessità di ricomporre ciò che troppo spesso rischia di procedere separatamente: annuncio, celebrazione e vita cristiana.
L’iniziazione cristiana diventa così uno dei luoghi decisivi nei quali verificare la capacità della Chiesa di evangelizzare nel tempo presente. Non si tratta semplicemente di preparare alla ricezione dei sacramenti, ma di accompagnare l’incontro con Cristo dentro una comunità che ascolta la Parola, celebra e vive il Vangelo.
È qui che il lavoro della Settimana Liturgica incontra direttamente le domande del cammino sinodale della Chiesa italiana. Mons. Maniago ha indicato chiaramente la necessità che quanto maturato possa essere portato anche negli incontri della CEI e delle Conferenze episcopali.
Lo stupore che restituisce splendore alla liturgia
C’è una parola che Mons. Maniago ha scelto per rileggere l’esperienza vissuta: stupore. È l’atteggiamento davanti all’agire di Dio e a quello splendore che appartiene alla liturgia stessa. «Lo splendore è proprio della liturgia, ce l’ha; noi dobbiamo solo farlo emergere», ha ricordato.
Non si tratta di inseguire celebrazioni spettacolari. La bellezza liturgica non è un fatto semplicemente estetico, ma riguarda la capacità della celebrazione di lasciar trasparire il mistero attraverso la Parola, i gesti, il canto, il silenzio e la partecipazione dell’assemblea.
Per questo anche la formazione liturgica riguarda l’intera comunità cristiana e non può essere affidata soltanto agli specialisti.
«Ancora non sappiamo celebrare»
È forse la provocazione più impegnativa raccolta dall’Arcivescovo nella parte conclusiva del suo intervento. A oltre sessant’anni dal Concilio Vaticano II e dalla riforma liturgica, rimane aperta la domanda sulla qualità del nostro celebrare.
«Ancora non sappiamo celebrare in modo da far emergere lo splendore della liturgia», ha riconosciuto.
Una frase severa solo in apparenza. Il Presula l’ha trasformata, infatti, quasi in una ragione di vita della Settimana Liturgica: se il cammino non è compiuto, allora rimane necessario incontrarsi, studiare, confrontarsi e soprattutto continuare a formarsi.
Non è in gioco semplicemente l’esecuzione corretta dei riti. È richiesto quel cambiamento di mentalità e di prassi celebrativa che il Concilio continua a consegnare alla Chiesa.
Una conferma che diventa responsabilità
Anche la vicinanza del Santo Padre è stata riletta da Mons. Maniago dentro questa prospettiva. La parola del Papa non può essere considerata semplicemente una «pacca sulla spalla a dei bravi ragazzi che stanno facendo un bel lavoro».
È piuttosto una conferma del cammino compiuto in 76 anni dalle Settimane Liturgiche e, proprio per questo, diventa una chiamata alla responsabilità.
L’Arcivescovo ha richiamato anche le recenti catechesi di Papa Leone dedicate alla liturgia, alla Sacrosanctum Concilium e alla riforma liturgica, riconoscendovi un ulteriore impulso a proseguire il lavoro.
Il cantiere ora passa alle nostre comunità
È questa, probabilmente, la consegna più concreta della Settimana. Mons. Maniago ha invitato i partecipanti a non disperdere quanto ricevuto e persino a fermare per iscritto le intuizioni e le provocazioni che maggiormente li hanno interrogati.
«Non disperdete il tanto di bene che insieme abbiamo costruito in questa settimana».
Per la nostra Chiesa di Catanzaro-Squillace, l’invito apre domande che non possono essere eluse: come generiamo oggi alla fede? Quale rapporto esiste concretamente tra annuncio, liturgia e iniziazione cristiana? I nostri percorsi preparano soltanto ai sacramenti o introducono realmente alla vita di una comunità?
Non sono domande alle quali rispondere con una nuova formula pastorale. Richiedono ascolto, discernimento, formazione e disponibilità a rivedere anche prassi consolidate.
La Settimana Liturgica, allora, non finisce con la chiusura dei lavori. Il suo banco di prova comincia nelle Chiese locali.
Ed è proprio qui che la provocazione di Mons. Maniago acquista tutta la sua forza: ripensare la pastorale non per cambiare semplicemente ciò che facciamo, ma per riscoprire ciò che siamo chiamati a essere: una Chiesa che genera alla fede.

