Torre di Ruggiero, Mons. Maniago: «Abbiate il coraggio dell’essenziale»

«Noi siamo chiamati a vivere qui, adesso, e dobbiamo qui, adesso, vivere bene la nostra vita». Da Torre di Ruggiero, nel giorno della festa di Santa Maria delle Grazie, S.E. Mons. Claudio Maniago consegna alla Chiesa di Catanzaro-Squillace alcune indicazioni per la ripresa del cammino pastorale. Al centro dell’omelia dell’Arcivescovo una parola che ritorna più volte: coraggio. Ma non un coraggio generico. È «il coraggio dell’essenziale», espressione di Papa Leone XIV che Mons. Maniago assume come chiave per leggere il tempo presente e orientare la vita delle comunità cristiane.

La festa mariana diventa così occasione per guardare all’anno che si apre senza nostalgie e senza cedere alla tentazione del pessimismo. Il tempo passa, ha ricordato l’Arcivescovo, e proprio per questo servono momenti nei quali fermarsi, «fare il punto della situazione, ritrovare motivazione, entusiasmo, ritrovare anche la bellezza del nostro credere».

In questa ripartenza, Maria è anzitutto madre. Una presenza alla quale stringersi non per fuggire dalle difficoltà del presente, ma per imparare ad affrontarle.

«Maria ci è donata come madre perché ci ama e ci educa ad amare», ha sottolineato Mons. Maniago. È a lei che il credente può affidare le ansie e le fatiche che accompagnano ogni nuovo inizio, soprattutto quando ciò che accade nel mondo e nelle realtà più vicine sembra togliere fiducia nel futuro.

L’Arcivescovo non ha nascosto le ragioni che possono alimentare lo scoraggiamento, ma ha messo in guardia da due atteggiamenti: il pessimismo e la nostalgia. «Sono per noi brutti compagni di viaggio». Il cristiano, invece, è chiamato ad abitare questo tempo, senza immaginare un passato idealizzato o rimandare continuamente la speranza a un futuro lontano.

Da qui il richiamo alle parole rivolte da Papa Leone XIV alla Chiesa italiana: «Dovete avere il coraggio dell’essenziale».

«Una frase importante, detta dal Papa alla Chiesa italiana, a noi», ha osservato Maniago, trasformandola immediatamente in una domanda: che cosa è veramente importante nella vita cristiana?

Avere coraggio, ha precisato, non significa sentirsi più forti degli altri o essere «sprezzanti del pericolo». Significa piuttosto riconoscere da dove viene la propria forza e sapere di non essere soli. È il coraggio di credere che il bene costruito ogni giorno possa rendere migliori la famiglia, la comunità e il territorio nel quale si vive.

«La cosa più importante è il Signore Gesù. È la sua morte e risurrezione per noi, è la nostra salvezza». Da questa centralità discendono la Parola, l’Eucaristia e i sacramenti, che non possono essere ridotti a consuetudini o occasioni sociali.

«I suoi sacramenti non sono occasioni per far festa: prima di tutto sono accoglienza della grazia del Signore che viene nella nostra vita, e per questo facciamo festa».

Maniago ha collegato questa prospettiva anche alla visita pastorale, iniziata da Serra San Bruno, richiamandone le parole guida: «Fate questo in memoria di me».

«Noi dobbiamo ricordarci che l’essenziale è quello che Gesù ha fatto e ha detto per noi. Quello è essenziale. Il resto ha valore se noi rimaniamo agganciati all’essenziale».

Una considerazione che riguarda anche le forme più sentite della pietà popolare. La stessa processione vissuta a Torre di Ruggiero, «bellissima, partecipata, pregata, con tanta gioia ed entusiasmo», perderebbe il suo significato se fosse separata dalla fede in Cristo.

Non è dunque in discussione il valore delle tradizioni, ma il loro fondamento. Maria stessa conduce a Cristo: «Se non fosse Gesù a dirci “Questa è mia madre e questa è tua madre”», ha ricordato l’Arcivescovo, anche la devozione rischierebbe di perdere il suo centro.

C’è poi un altro terreno sul quale il coraggio cristiano deve misurarsi: la pace. Mons. Maniago ha richiamato ancora Papa Leone XIV e la sua denuncia di un mondo nel quale troppo spesso «le parole sono armate».

Non soltanto le guerre tra i popoli. Anche il linguaggio quotidiano può diventare uno strumento per colpire l’altro. «Viviamo in un mondo in cui le parole sono armi, le usiamo per aggredirci, le usiamo per farci del male».

Di fronte ai conflitti, l’Arcivescovo ha respinto l’idea che la guerra possa essere considerata inevitabile semplicemente perché ha sempre accompagnato la storia umana. Se il male ha attraversato la storia, ha osservato, altrettanto antico è «il desiderio del bene».

La pace, allora, comincia dalle relazioni quotidiane: nelle famiglie, nei paesi e anche dentro le comunità ecclesiali.

Mons. Maniago non ha evitato un passaggio particolarmente netto: «Nelle nostre comunità cristiane spesso non si vive in pace». Un paradosso per le comunità di Gesù, «principe della pace», che celebrano l’Eucaristia ascoltando le parole «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» e si affidano a Maria, Regina della pace.

Occorre perciò «avere il coraggio anche di riconoscere i nostri limiti e i nostri sbagli», non per fermarsi al rimpianto, ma «per cercare di porre rimedio».

È nella parte conclusiva dell’omelia che lo sguardo di Mons. Maniago si è rivolto direttamente a una delle sfide pastorali più importanti per la diocesi.

La genealogia di Gesù proclamata nel Vangelo, con il suo continuo susseguirsi di generazioni, ha offerto all’Arcivescovo una parola decisiva: generare.

«Le nostre comunità possano essere comunità che generano, generano la fede, evidentemente, cioè trasmettano la fede».

Una responsabilità che interpella direttamente la catechesi, i percorsi formativi e la preparazione ai sacramenti. Non basta continuare a fare ciò che si è sempre fatto: bisogna chiedersi se quei cammini siano ancora capaci di far nascere e crescere una vita di fede.

È su questo terreno che Mons. Maniago ha annunciato un impegno della Chiesa diocesana, inserito in una riflessione che sta coinvolgendo l’intera Chiesa italiana: «Vogliamo rivedere insieme, anche per ritrovarne il gusto e la bellezza, il cammino con cui noi, le nostre comunità, generano alla fede le nuove generazioni».

Il riferimento è esplicito al catechismo e alla preparazione ai sacramenti. Percorsi che non possono essere vissuti come appuntamenti obbligati da ridurre al minimo, ma devono diventare «veri percorsi in cui si cresce, si nasce e si cresce nella fede».

Da Torre di Ruggiero arriva così una consegna che va oltre la celebrazione della festa. Il nuovo anno pastorale si apre con l’invito a riscoprire l’essenziale, a disarmare le parole, a costruire la pace e a interrogarsi seriamente sulla capacità delle comunità di trasmettere la fede.

«Più coraggio a vivere davvero da cristiani», ha chiesto Mons. Maniago. Un coraggio che non nasce dall’autosufficienza, ma dal rimanere radicati in Cristo e dal camminare nella compagnia di Maria.

Perché il cristianesimo, ha ricordato infine richiamando Papa Francesco, non può trasformarsi nella fede di persone «col muso lungo», arrabbiate o armate di parole contro gli altri. È chiamato piuttosto a mostrare ancora, anche nel tempo presente, la gioia e la bellezza del Vangelo.

«Santa Maria delle Grazie, aiutaci, accompagnaci nel nostro cammino». È la preghiera con cui l’Arcivescovo ha concluso l’omelia e, insieme, l’affidamento di una nuova tappa del cammino della Chiesa di Catanzaro-Squillace.