Formare alla politica oggi significa anche imparare a comprendere ciò che sta cambiando profondamente la società. Intelligenza artificiale, algoritmi, potere dei dati, trasformazioni del lavoro e nuove frontiere della biomedicina non appartengono più soltanto agli specialisti: interrogano la libertà delle persone, la qualità delle relazioni e della democrazia, il futuro delle nuove generazioni.
È dentro questo orizzonte che prosegue il percorso di Formazione socio-politica dell’Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace, quest’anno dedicato al tema “Dall’algoritmo alla relazione: la scommessa di una Magnifica Umanità”.
Un’esperienza rilanciata da un gruppo di giovani coordinato da Francesco Costa, con la collaborazione di esperti nei diversi settori, in seno alla Pastorale per i Problemi Sociali e il lavoro. Una scelta significativa anche nel metodo: non semplicemente una serie di conferenze, ma un luogo di confronto nel quale generazioni, competenze ed esperienze differenti provano a leggere insieme le trasformazioni del presente e le loro conseguenze sulla vita delle persone e delle comunità.
Il percorso si colloca nell’attenzione dell’Arcivescovo S.E. Mons. Claudio Maniago alla formazione delle coscienze, alla partecipazione e alla responsabilità dei cristiani nella vita sociale. La formazione socio-politica torna così ad essere uno strumento per comprendere i processi senza subirli e per abitare gli spazi del bene comune con consapevolezza e competenza.
Rosanna Virgili: la Bibbia dentro le domande di oggi
A guidare il nuovo appuntamento è stata Rosanna Virgili, biblista e docente di Esegesi, autrice di numerose pubblicazioni e da anni impegnata nella formazione e nella divulgazione biblica.
La sua relazione ha avuto una caratteristica precisa: far incontrare alcune grandi pagine della Scrittura con le questioni più urgenti dell’epoca digitale. Babele e gli algoritmi, Neemia e la costruzione della comunità, l’Incarnazione e le prospettive del transumanesimo sono diventati così strumenti per interrogarsi non semplicemente su ciò che la tecnologia potrà fare, ma su quale uomo e quale società vogliamo costruire.
Una domanda eminentemente politica, se la politica viene intesa nella sua accezione più alta: responsabilità verso la città e costruzione del bene comune.
Un Dio che si fa carne
Il primo passaggio della riflessione della Virgili riguarda il corpo. La concezione biblica non pensa l’essere umano come un’anima accidentalmente imprigionata in un corpo. L’uomo è una realtà unitaria e il cristianesimo porta questa intuizione fino al mistero dell’Incarnazione: Dio si fa carne.
Anche la speranza cristiana non riguarda semplicemente la sopravvivenza di un’anima disincarnata. Il Credo parla della «risurrezione della carne» e san Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi, introduce l’immagine del «corpo spirituale».
La corporeità, con la sua fragilità e finitudine, appartiene dunque alla condizione umana. Ed è proprio da qui che nasce una delle domande più provocatorie del nostro tempo: che cosa accade quando ogni limite dell’uomo viene considerato soltanto un difetto tecnico da correggere?
La tecnologia e il sogno di superare il limite
Intelligenza artificiale, biomedicina e nuove tecnologie stanno aprendo possibilità fino a pochi anni fa difficilmente immaginabili.
Il punto, nella riflessione proposta, non è demonizzare il progresso. È interrogarsi sull’idea di umanità che accompagna il progresso.
Le prospettive transumaniste guardano al potenziamento delle capacità umane attraverso la tecnologia; alcune visioni postumaniste arrivano a ripensare profondamente i confini tra essere umano, macchina e ambiente.
La domanda diventa allora antropologica e politica: una società più potente tecnologicamente è necessariamente anche una società più umana?
La tradizione biblica offre un’altra prospettiva. Il limite non viene esaltato, ma neppure semplicemente cancellato. È anche attraverso l’esperienza della fragilità che l’uomo comprende di non bastare a se stesso e scopre il valore della cura, della solidarietà e della responsabilità verso l’altro.
Babele e la nuova lingua degli algoritmi
Tra le immagini bibliche più efficaci richiamate dalla Virgili c’è la Torre di Babele.
Genesi racconta un’umanità che parla «una sola lingua» e vuole costruire una città e una torre. Babele diventa l’immagine di un potere che tende all’uniformità, riducendo differenze, storie e identità a un unico linguaggio.
Il parallelo con il presente è provocatorio.
La nuova «lingua unica» potrebbe essere quella degli algoritmi quando la complessità della persona viene ridotta a ciò che può essere calcolato, classificato, profilato e previsto.
L’intelligenza artificiale, infatti, non esiste fuori dalla società. I sistemi vengono costruiti da persone e organizzazioni, utilizzano dati, rispondono a criteri e operano dentro precisi contesti economici.
Per questo la questione dell’IA diventa anche politica: chi possiede i dati? Chi stabilisce i criteri? Chi controlla gli strumenti? Quale spazio rimane alla libertà, alla creatività, alla pluralità e al pensiero critico?
Interrogativi che riguardano ormai direttamente anche la qualità della democrazia.
Neemia: la politica come ricostruzione
Alla Babele dell’uniformità Virgili ha accostato un’altra immagine biblica: Neemia e la ricostruzione di Gerusalemme.
Dopo l’esilio c’è una città ferita e ci sono mura da ricostruire. Ma non è un’opera affidata a un potere lontano e onnipotente. È un popolo che torna a mettere insieme le pietre, assumendosi ciascuno una parte della responsabilità.
È l’immagine di un grande cantiere comunitario.
E forse è anche una delle immagini più belle della politica: non la ricerca di una torre dalla quale dominare, ma il paziente lavoro di ricostruzione di ciò che permette alle persone di vivere insieme.
L’essere umano, del resto, viene raccontato già nelle prime pagine della Genesi come essere relazionale. Nessuno basta a se stesso. La comunità nasce quando le differenze non vengono cancellate, ma concorrono alla costruzione di un bene condiviso.
L’algoritmo possiede dati, l’uomo cerca senso
Un altro nodo centrale riguarda la distinzione tra informazione e sapienza.
L’intelligenza artificiale può elaborare quantità immense di informazioni e individuare correlazioni in tempi impossibili per l’uomo. Ma possedere dati non equivale automaticamente a comprendere la realtà.
La sapienza domanda discernimento, esperienza, responsabilità, capacità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie decisioni.
E ci sono dimensioni dell’esperienza umana che non possono essere semplicemente ridotte a un’elaborazione del dato: la compassione, il perdono, la cura, il dolore, la responsabilità morale e la ricerca di senso.
È qui che emerge con forza anche la questione educativa. Se ogni domanda viene immediatamente affidata a un sistema automatico, il rischio è quello di perdere progressivamente la fatica feconda del pensiero: interrogarsi, cercare, verificare, dubitare, confrontarsi e infine scegliere.
Educare nell’epoca dell’intelligenza artificiale significa allora educare ancora di più alla libertà.
Giovani che scelgono di formarsi
Assume così un significato particolare il fatto che il percorso di formazione socio-politica sia stato rilanciato proprio da un gruppo di giovani.
In un tempo nel quale si lamenta spesso la distanza delle nuove generazioni dalla partecipazione pubblica, l’esperienza promossa nell’ambito della Pastorale sociale e del lavoro indica una strada diversa: creare occasioni nelle quali i giovani non siano semplicemente destinatari, ma protagonisti della domanda sul futuro.
La collaborazione con esperti e professionisti dei diversi settori consente inoltre di mettere in dialogo la riflessione cristiana con economia, lavoro, tecnologia, comunicazione, diritto e trasformazioni sociali.
È una formazione che non vuole consegnare risposte politiche già decise, ma offrire strumenti per comprendere, discernere e partecipare.
Formare coscienze per il bene comune
È questa, in fondo, la scommessa che attraversa il percorso accompagnato dall’Arcidiocesi e dall’arcivescovo Claudio Maniago: tornare a investire sulla formazione delle coscienze perché la partecipazione alla vita pubblica non sia affidata agli slogan, alla polarizzazione o alla semplice reazione emotiva.
La sfida posta dall’intelligenza artificiale rende questo compito ancora più urgente. Non si tratta di scegliere tra uomo e tecnologia, ma di stabilire quale posto la tecnologia debba occupare nella vita dell’uomo e chi debba governarne lo sviluppo.
Tra Babele e Neemia si apre allora anche lo spazio della politica: da una parte la tentazione dell’uniformità e della concentrazione del potere, dall’altra la fatica di costruire insieme.
“Dall’algoritmo alla relazione” significa precisamente questo: non rinunciare all’innovazione, ma impedire che la persona venga ridotta a un profilo, a un dato o a una previsione.
Perché la sfida del futuro non sarà soltanto costruire tecnologie sempre più intelligenti. Sarà continuare a formare donne e uomini liberi, responsabili, capaci di relazione e disposti a prendersi cura del bene comune.


