
Un clima di profonda commozione e sincera gioia ha accompagnato la cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria al Cardinale S.Em. Mons. Domenico Battaglia. A prendere la parola, con evidente partecipazione, è stato l’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace, S.E. Mons. Claudio Maniago, che ha voluto esprimere pubblicamente la sua gratitudine e il suo orgoglio per un riconoscimento che tocca il cuore della Chiesa locale.
«Amare una città – ha affermato l’Arcivescovo – vuol dire guardare prima di tutto ai più fragili. Ed è facile vedere come tu abbia interpretato questo nel nostro territorio, lasciando un segno importante e dando l’esempio a chiunque voglia fare altrettanto».
La presenza delle istituzioni e delle autorità
Alla cerimonia hanno preso parte numerose autorità civili e militari, a testimonianza del valore pubblico dell’evento. Erano presenti il Sindaco Nicola Fiorita, il Presidente del Consiglio comunale Gianmichele Bosco, rappresentanti della Provincia, della Regione, delle Forze dell’Ordine e delle istituzioni del territorio.
Presente anche il Prefetto Castrese De Rosa, insieme a parlamentari, amministratori locali, esponenti del mondo accademico, del volontariato e del terzo settore. Una partecipazione ampia e trasversale che ha dato ulteriore solennità alla cerimonia, rendendo evidente come il conferimento della cittadinanza non sia stato soltanto un atto formale, ma un gesto condiviso dall’intera comunità.
«Lasciatemi prete degli ultimi»
Nel suo intervento, il Cardinale Battaglia – come si legge nel testo integrale del discorso – ha scelto parole nette e controcorrente:
«Io non desidero essere ascritto tra i primi cittadini. […] Io vorrei essere scritto — se mi consentite l’immagine — non nell’elenco dei primi, ma in quello degli ultimi. Non come slogan. Come posizione. ».
Ha poi condiviso un’immagine personale che ha profondamente colpito l’assemblea: «Sul mio comodino ci sono due libri. Davvero. Non sono simboli messi lì per bella figura: sono due compagni di strada. Da una parte il Vangelo. Dall’altra la Costituzione». Due riferimenti che, ha spiegato, «non litigano, si parlano», indicando entrambi la stessa direzione: la dignità della persona e la tutela dei più fragili.
«Mi chiamano “prete degli ultimi”. Io vi chiedo di lasciarmi questo nome. Non perché mi lusinghi. Ma perché mi tiene sveglio», ha ribadito, ricordando che «una città si capisce da come tratta chi resta indietro».
Un riconoscimento che diventa impegno
La gioia espressa da Mons. Maniago si è intrecciata con la promessa del Cardinale di vivere questa cittadinanza come «cittadinanza operativa», fatta di prossimità, ascolto e responsabilità concreta.
Un riconoscimento che diventa impegno condiviso tra Chiesa e istituzioni: costruire una città capace di custodire la dignità di ogni persona, senza lasciare indietro nessuno.

