Politica, tornare al bene comune

A Roccelletta di Borgia (CZ) ha preso il via il percorso di formazione socio-politica promosso dall’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro (PSL) dell’Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace. Una proposta per motivare alla partecipazione e riscoprire la politica come servizio alla comunità

Restituire alla politica il significato più autentico della polis: uno spazio comune da abitare con responsabilità, nel quale la partecipazione non sia ricerca del consenso o difesa di interessi particolari, ma cura della comunità.

È la prospettiva che ha accompagnato il primo appuntamento del percorso di formazione socio-politica promosso dalla PSL diocesana, inaugurato nel salone parrocchiale di Roccelletta di Borgia alla presenza di numerosi partecipanti.

La proposta nasce con una precisa finalità: non indicare appartenenze o schieramenti, ma offrire occasioni di formazione e confronto capaci di riaccendere il desiderio di partecipazione. In questo senso la Chiesa diocesana assume un ruolo di motivazione: non occupare lo spazio proprio della politica, ma incoraggiare cittadini e amministratori a viverlo con maggiore consapevolezza.

Ad aprire l’incontro è stato l’Arcivescovo, S.E. Mons. Claudio Maniago, che non ha eluso una delle domande che facilmente accompagnano un’iniziativa ecclesiale dedicata alla politica: «da quale parte sta?».

È proprio la logica delle appartenenze, però, che il percorso intende superare. L’obiettivo è tornare alla formazione, alla responsabilità personale e alla capacità di leggere la realtà avendo come riferimento il bene comune.

Mons. Maniago ha ricordato di essersi interrogato sull’opportunità di avviare l’iniziativa in un momento particolarmente delicato. La conclusione è stata di segno opposto: proprio la complessità del presente rende la formazione ancora più necessaria.

«Questo percorso di formazione socio-politica – ha spiegato – è un tentativo umile, semplice, di aiutarci tutti, nessuno escluso».

Una scelta che chiarisce anche il ruolo che l’Arcidiocesi vuole svolgere: motivare senza orientare verso uno schieramento, formare senza sostituirsi alla responsabilità delle persone, creare luoghi nei quali tornare a confrontarsi sul futuro delle comunità.

A sviluppare il tema del primo incontro è stata la dott.ssa Frustaci, magistrato, che ha costruito la propria riflessione intrecciando diritto, filosofia, Costituzione ed etica pubblica.

Il punto di partenza è stato il significato originario della parola politica. Prima delle degenerazioni, delle contrapposizioni e della sfiducia che oggi spesso la circondano, c’è la polis: «spazio comune, spazio pubblico condiviso, spazio di libertà».

Una dimensione che non appartiene soltanto a chi ricopre un incarico istituzionale. Ogni cittadino, attraverso le proprie scelte e il proprio modo di stare nella comunità, esercita una responsabilità che ha inevitabilmente una ricaduta pubblica.

La degenerazione arriva quando questa concezione lascia il posto al calcolo, alla convenienza e alla sola ricerca del consenso. Il rischio, ha osservato la dott.ssa Frustaci, è quello di una politica trasformata in «marketing elettorale per l’autoconservazione del potere», perdendo di vista la sua finalità originaria.

La riflessione ha toccato anche la trasformazione del linguaggio pubblico nell’epoca dei Social Network.

Se l’antica agorà rappresentava il luogo dell’incontro, del logos e del confronto, le piattaforme digitali rischiano di produrre l’effetto contrario: l’affermazione del proprio pensiero senza un autentico ascolto delle ragioni dell’altro.

È una dinamica che investe anche la politica, dove al confronto tra idee può sostituirsi la contrapposizione permanente, secondo una logica che divide tra amici e nemici, alleati e avversari.

Ma la qualità della politica, è emerso dall’intervento, non è qualcosa di separato dalla società. Linguaggi e comportamenti pubblici riflettono inevitabilmente il modo in cui le persone costruiscono le proprie relazioni quotidiane. Anche per questo la formazione del cittadino diventa decisiva.

È nella Costituzione che la dottoressa ha individuato uno dei punti più solidi dai quali ripartire.

«Ho sempre pensato che le grandi soluzioni ai problemi della nostra quotidianità continuino a essere scolpite nella nostra Costituzione», ha affermato.

Il riferimento è soprattutto agli articoli 2 e 3: il principio personalista, che mette al centro la dignità e i diritti inviolabili della persona, e quello di uguaglianza, che chiede di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono la piena realizzazione.

Due principi che non riguardano soltanto il legislatore. Interpellano direttamente chi amministra una comunità e assume decisioni destinate ad avere conseguenze concrete sulla vita delle persone.

Da qui i tre «cantieri» consegnati dalla magistrata ai partecipanti: legalità, umanità e comunità.

Tre parole che diventano altrettanti criteri attraverso i quali rileggere l’impegno civile e la responsabilità politica.

Particolarmente significativo il passaggio sulla legalità, da non confondere con la semplice repressione o con l’obbedienza a una norma per timore della sanzione. La legalità è educazione alla regola condivisa, riconoscimento del limite posto a tutela dell’altro e, per questo, «condizione di libertà» e dimensione di fraternità.

La Frustaci ha richiamato le figure di Rosario Livatino e Paolo Borsellino. Del primo ha ricordato una visione della giustizia nella quale la condanna non perde mai di vista la dignità della persona e la possibilità del recupero. Di Borsellino ha ripreso invece la distinzione tra ciò che può essere accertato giudiziariamente e la più ampia responsabilità etica richiesta a chi gestisce la cosa pubblica.

Una responsabilità sintetizzata in parole ancora capaci di interrogare il presente: «Non soltanto essere onesti, ma apparire onesti».

Il primo incontro ha così chiarito la direzione dell’intero percorso. La PSL sceglie la strada della formazione per contribuire a superare disaffezione e distanza dalla vita pubblica.

L’Arcidiocesi non entra nel terreno della competizione politica e non indica soluzioni di parte. Vuole piuttosto essere un motivatore, capace di suscitare domande, mettere in dialogo competenze diverse e incoraggiare le persone a non considerarsi semplici spettatrici di ciò che accade.

È forse questa la sfida più impegnativa del percorso appena iniziato: recuperare il gusto della partecipazione in un tempo segnato dalla sfiducia e dalla polarizzazione.

Perché tornare alla polis significa, prima ancora che parlare di partiti o competizioni elettorali, riconoscere che lo spazio comune appartiene a tutti e che ciascuno porta una parte di responsabilità nella sua costruzione.