Catanzaro, il giorno del dolore e del silenzio: l’ultimo saluto ad Anna Democrito, Giuseppe e Nicola Trombetta

Si sono svolte a Catanzaro, nella Basilica “Maria SS. Immacolata” gremita di gente, le esequie di Anna Democrito e dei suoi figli, i piccoli Giuseppe e Nicola Trombetta. Un silenzio denso, quasi tangibile, ha avvolto ogni parola, ogni gesto, ogni respiro.

A presiedere la celebrazione è stato l’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace, S.E. Mons. Claudio Maniago, che ha scelto di iniziare proprio dal silenzio: «Il silenzio potrebbe bastare. Il silenzio e le lacrime, il fiume di lacrime sgorgate dagli occhi di chi ha conosciuto e amato Anna e i piccoli Giuseppe e Nicola…».

Parole che non cercano spiegazioni, ma accolgono lo smarrimento. Perché le domande, come ha ricordato l’Arcivescovo, ci sono, insistono, graffiano: «Sono molte e difficili le domande che salgono dal cuore davanti alle bare di Anna, Giuseppe e Nicola».

Eppure, davanti a un dolore così vasto, anche le domande sembrano inadeguate, quasi fuori luogo. Rimane una consapevolezza: «non ci sono più…non c’è niente da fare; non si può tornare indietro e scrivere in un altro modo gli eventi».

Tra i banchi, volti segnati, mani strette, occhi bassi. Non solo chi conosceva la famiglia, ma anche tanti che non avevano mai incontrato Anna o i suoi figli. Una partecipazione che travalica i legami personali e diventa comunità nel senso più autentico.

Il pensiero, inevitabilmente, è andato a Francesco, marito e padre, e alla piccola Maria Luce, ricoverata e in lotta tra la vita e la morte. A loro si è rivolto un passaggio particolarmente intenso dell’omelia: «Ci stringiamo a loro due con tutto l’amore di cui siamo capaci, perché ci auguriamo che sentano di non essere soli in questo momento così tragico».

Nel cuore della celebrazione, la fede ha provato a farsi spazio tra le macerie del dolore. Non come risposta facile, ma come appiglio fragile e necessario. L’Arcivescovo ha richiamato la preghiera dei discepoli di Emmaus: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera». E ancora, nella luce della Pasqua, ha ricordato: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui».

Parole che non cancellano il dolore, ma lo attraversano. Come una luce lontana che non scalda ancora, ma indica una direzione.

Il momento più umano, forse, è arrivato nel finale, quando il dolore si è trasformato in invito, quasi in responsabilità: «queste bare questa sera ci chiedono un rispettoso silenzio… ma al tempo stesso ci chiedono di non lasciar passare invano questo dolore, ma di trasformarlo in una attenzione più concreta e una maggior cura reciproca, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nella nostra società».

È forse questo il lascito più difficile e più vero di una tragedia che lascia senza fiato: non distogliere lo sguardo, non restare indifferenti e, come è stato detto con forza dall’Arcivescovo, «costruire insieme una società più accogliente, dove sia sempre più difficile sentirsi soli».