
Non basta cambiare il catechismo per cambiare la catechesi. E neppure sostituire un sussidio, aumentare gli incontri con i genitori o ridisegnare un programma. La questione è molto più profonda: riguarda lo sguardo con cui la comunità cristiana accompagna alla fede e, prima ancora, la sua capacità di lasciarsi trasformare dal Vangelo.
È attorno a questa convinzione che don Francesco Vanotti, direttore dell’Ufficio catechistico della diocesi di Como, ha sviluppato la sua riflessione all’Assemblea diocesana di Catanzaro-Squillace, offrendo alla Chiesa diocesana alcune coordinate per il tempo di discernimento sull’iniziazione cristiana.
Dal progetto al processo
Il primo cambio di prospettiva indicato da Vanotti è netto: «Passare dalla logica del progetto alla logica del processo». Una strada sulla quale, ha ricordato, Papa Francesco ha insistito a lungo.
Per anni la pastorale italiana ha lavorato attraverso progetti, spesso inseriti in orientamenti decennali. Una modalità che ha avuto una sua efficacia, ma che oggi deve misurarsi con una realtà capace di cambiare molto più velocemente. «Un progetto che dura dieci anni, oggi, difficilmente può esistere», ha osservato Vanotti, richiamando le trasformazioni che attraversano la vita delle persone e soprattutto delle nuove generazioni.
Il processo, al contrario, accetta i tempi lunghi. Non pretende di avere subito un modello definitivo da applicare ovunque, ma parte da ciò che già esiste, individua esperienze promettenti, accompagna le sperimentazioni e soprattutto verifica. Proprio la verifica, ha osservato il relatore, rimane spesso «la Cenerentola» della pastorale: si moltiplicano attività e iniziative, ma raramente ci si ferma a comprendere che cosa abbia funzionato, cosa debba essere corretto e quali strade nuove possano essere percorse.
È anche questa la logica sinodale: creare comunione, maturare una sintonia ecclesiale e concedersi il tempo necessario perché il cambiamento non sia soltanto esteriore. Perché il rischio, ha ammonito Vanotti, è «fare cose nuove mantenendo uno sguardo vecchio».
Dai sacramenti alla vita cristiana
È forse il passaggio decisivo dell’intera riflessione: «L’obiettivo dell’iniziazione cristiana non è innanzitutto “dare” la Cresima o “dare” l’Eucaristia, ma far fare un’esperienza di vita cristiana».
Una prospettiva che modifica alla radice il modo di pensare il catechismo. Se al centro c’è la vita cristiana, il percorso non può essere costruito semplicemente in funzione della celebrazione di un sacramento. Occorre accompagnare bambini, ragazzi e famiglie dentro un’esperienza capace di mettere insieme annuncio, celebrazione, relazioni, servizio e appartenenza alla comunità.
Da qui un secondo passaggio: dalla trasmissione presupposta al primo annuncio. Non si può più dare per scontato che quanti bussano alle porte delle parrocchie abbiano già incontrato il Vangelo. Cristo deve tornare a essere annunciato come buona notizia capace di raggiungere concretamente l’esistenza.
E la prima verifica riguarda proprio chi annuncia. «Cristo è davvero buona notizia per me?», ha domandato Vanotti. Prima dei metodi viene la testimonianza: ciò che una comunità è e ciò che lascia intravedere a chi la incontra.
Dalla classe all’esperienza
Anche l’organizzazione tradizionale per classi viene interrogata. Non per cancellarla semplicemente, ma per riconoscere che iniziare alla vita cristiana richiede molto più di un’aula, una scheda e un incontro settimanale.
«Non possiamo illuderci di poter iniziare alla vita cristiana attraverso una scheda», ha affermato Vanotti. I sussidi conservano la loro utilità, ma non possono racchiudere la ricchezza di un’esperienza ecclesiale.
Da qui il passaggio «dalla lezione all’esperienza». La catechesi deve trovare il coraggio di uscire, quando necessario, dai tempi e dai luoghi tradizionali, intercettando le domande reali delle persone. Vale anche per gli incontri con i genitori: non basta convocarli più spesso se poi viene riproposta la stessa dinamica frontale.
La questione decisiva diventa allora come far incontrare il Vangelo con la vita.
Il Vangelo dentro le ferite della vita
È uno dei punti più concreti della relazione. Dietro la parola “adulti” ci sono persone che diventano genitori, affrontano un lutto, attraversano una separazione, perdono il lavoro, conoscono momenti di fragilità. Situazioni diverse che non possono ricevere automaticamente la stessa risposta pastorale.
Il Cammino sinodale, ha ricordato Vanotti, chiede di prendersi cura dei passaggi della vita. Significa partire dalle persone reali e non da quelle che si vorrebbe avere davanti.
Lo stesso vale per le famiglie. Costruire un’alleanza significa accoglierle «così come sono e non come vorremmo che fossero», con la loro varietà e le loro fragilità. Non come problema da risolvere, dunque, ma come luogo nel quale il Vangelo può ancora essere annunciato.
Catechisti, «artigiani di comunità»
In questo cambiamento assume un rilievo particolare la figura del catechista. Anche qui Vanotti propone un passaggio: «dal catechista solitario a una comunità corresponsabile».
Il catechista non può continuare a essere una figura isolata, alla quale la comunità affida un gruppo di bambini delegandole di fatto l’intero compito dell’iniziazione cristiana. Occorre lavorare insieme, coinvolgendo gli altri ministeri e le diverse realtà ecclesiali.
Il ministero istituito del catechista diventa così un’opportunità preziosa. Non soltanto «il catechista dei bambini», ma una persona capace di coordinare, mettere in relazione e far dialogare le diverse dimensioni della vita comunitaria.
Vanotti ha richiamato l’espressione di Papa Francesco che definisce i catechisti «artigiani di comunità». Un’immagine che sposta l’attenzione dal compito alla relazione: il catechista è chiamato a tessere legami, favorire incontri, costruire comunione.
Anche gli adulti devono essere accompagnati
C’è poi un nodo che la pastorale italiana porta con sé da decenni: la catechesi degli adulti. Già il Documento Base del 1970 ne sottolineava il carattere fondamentale, eppure molte comunità continuano a concentrare energie quasi esclusivamente sull’età dei sacramenti.
Per questo non basta parlare di “coinvolgimento dei genitori”. Vanotti invita a compiere un passo ulteriore: passare all’«accompagnamento degli adulti», formando persone capaci di ascoltarne domande, crisi, desideri e percorsi di vita.
È un cambiamento che non avverrà in pochi mesi. Richiede formazione, pazienza e soprattutto una diversa cultura pastorale.
Un progetto che sappia cambiare
L’ultima consegna tiene insieme tutto il percorso: passare «dal progetto definitivo al progetto verificabile».
Non un modello confezionato una volta per tutte, dunque, ma un processo ecclesiale che sappia sperimentare, verificare e correggersi. Una catechesi capace di uscire dai propri programmi, dai luoghi consueti e dai tempi prestabiliti, mettendo in relazione i catechisti con l’intera vita della comunità.
La sfida consegnata all’Assemblea diocesana è, in fondo, racchiusa in due parole: convertire la catechesi. Non significa rinnegare ciò che è stato fatto, ma avere il coraggio di riconoscere che oggi non basta più cambiare strumenti. Occorre cambiare lo sguardo.
Perché prima ancora di domandarsi quale catechismo fare, una comunità cristiana dovrebbe tornare a chiedersi quale esperienza di Cristo è capace di far incontrare.

