
È iniziata da Taverna la Visita Pastorale dell’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace, S.E. Mons. Claudio Maniago, nella zona sinodale che comprende Taverna, Albi e San Giovanni d’Albi, prima tappa del cammino nella Vicaria di Gimigliano-Taverna.
Ad accogliere l’Arcivescovo sono state le comunità parrocchiali, insieme ai sindaci di Taverna e Albi e alle autorità civili e militari del territorio. Nel saluto iniziale il parroco don Vitaliano Caruso, a nome di don Simone Samà e don Raffaele Catizone e delle comunità coinvolte, ha richiamato il significato di una visita vissuta non come semplice appuntamento istituzionale, ma come occasione per incontrarsi, ascoltarsi e rileggere insieme il cammino compiuto.
Il cuore della giornata è stato, però, la celebrazione Eucaristica, durante la quale mons. Maniago ha consegnato alle comunità il senso profondo della Visita Pastorale attraverso le parole scelte come tema dell’intero percorso: «fate questo in memoria di me».
Ricordare le cose importanti
L’Arcivescovo è partito da un’immagine semplice: nella vita ci sono momenti decisivi che possono essere affrontati soltanto ricordando ciò che conta davvero.
Accade negli esami, ha spiegato, ma soprattutto negli «esami della vita», quelli che non finiscono mai. Ed è proprio dentro questi passaggi che diventa essenziale non perdere la memoria delle cose importanti.
Il comando di Gesù, dunque, non invita a un ricordo sentimentale del passato. Fare memoria significa riportare al centro ciò che può realmente orientare l’esistenza.
Per Mons. Maniago, la Visita Pastorale deve diventare proprio questo: una sorta di allenamento straordinario a non dimenticare chi siamo, da dove nasce la nostra fede e come siamo chiamati a vivere dentro quella casa che è la Chiesa.
La memoria del Battesimo
Il primo ricordo indicato dall’Arcivescovo è quello del Battesimo. Il gesto dell’aspersione e il segno della croce compiuto entrando in chiesa non sono semplici abitudini. Ricordano al cristiano di essere battezzato e, soprattutto, di essere figlio.
Da qui l’invito a riscoprire anche lo stupore di poter chiamare Dio «Padre». Un’abitudine diventata familiare nella preghiera, ma che non dovrebbe mai perdere la sua forza.
Entrare in chiesa, ha ricordato l’Arcivescovo, significa entrare come figli nella casa del Padre. E questa consapevolezza cambia anche la preghiera: Dio non è qualcuno al quale strappare favori, ma il Padre davanti al quale ci si presenta con fiducia.
Nella stessa immagine familiare trova posto anche Maria. È la Madre che accompagna, indica la strada e conduce sempre a Cristo, invitando il credente a rivolgersi a Lui.
«Il miracolo più importante avviene qui»
Fare memoria significa poi tornare al centro dell’Eucaristia. «Il miracolo più importante avviene qui, su questo altare», ha ricordato: il pane diventa Corpo di Cristo e il vino diventa il suo Sangue.
È una memoria che riporta all’essenziale e che impedisce alla fede di diventare qualcosa di scontato.
Il rischio, infatti, è abituarsi anche alle cose più grandi fino a non riconoscerle più. La Visita Pastorale vuole allora aiutare le comunità a recuperare lo stupore davanti a una presenza che continua a essere reale e concreta.
Ricordare Gesù per cambiare le regole
Ma la memoria cristiana non si ferma alla celebrazione.
Ricordare le parole di Gesù significa anche lasciarsi mettere in discussione da esse.
Nell’omelia, il Presule ha richiamato la necessità di uscire dalle logiche del più forte, del potere e della violenza, che continuano a segnare le relazioni personali e la società.
Cristo, ha sottolineato, propone regole diverse: cercare il bene, ma un bene che sia realmente di tutti e non il vantaggio di qualcuno costruito a danno degli altri.
La Parola di Dio diventa così criterio per rileggere anche la vita civile e sociale. Non può esistere una comunità autentica se qualcuno rimane escluso dal bene comune.
Fare memoria di Gesù significa quindi accettare che le sue vie non sempre coincidano con quelle abitualmente percorse dagli uomini. Proprio per questo possono aprire strade nuove e spezzare quei meccanismi che fanno continuare a pensare e agire sempre nello stesso modo.
Dalle parole alla vita
Uno dei passaggi più concreti dell’omelia ha riguardato le relazioni. L’Arcivescovo ha invitato a fare memoria dell’amore fraterno, mettendo in evidenza le contraddizioni che possono esistere anche nelle famiglie e nelle comunità cristiane.
Parole aggressive, divisioni, contrapposizioni e rancori rischiano di entrare persino nei luoghi nei quali dovrebbe essere più evidente la fraternità.
Le differenze, invece di diventare una ricchezza, possono trasformarsi in motivo di divisione.
È proprio qui che il «fate questo» acquista tutta la sua forza.
La memoria cristiana deve portare all’azione. Gesù, ha ricordato mons. Maniago, chiede cristiani che fanno, che vivono e operano, ma che agiscono «in memoria di me», lasciandosi cioè guidare dalle sue parole e dal suo stile.
Una fede da custodire
La Visita Pastorale prende così la forma di un tempo nel quale le comunità sono chiamate a fare memoria insieme della bellezza della presenza di Cristo.
Una presenza che non viene meno davanti alle povertà e alle fragilità dell’uomo, ma continua ad accompagnare il cammino.
Mons. Maniago ha utilizzato, in conclusione, l’immagine della bellezza di una chiesa che, proprio perché preziosa, deve essere custodita, curata e, quando necessario, restaurata.
Lo stesso vale per la vita cristiana.
Non basta essere stati battezzati. La fede ricevuta ha bisogno di essere custodita, alimentata e continuamente rinnovata perché possa diventare gioia per chi la vive e testimonianza per gli altri.
È da qui che parte la Visita Pastorale a Taverna, Albi e San Giovanni d’Albi: dalla memoria.
Non per voltarsi indietro, ma per ricordare ciò che è essenziale e trovare proprio lì la forza per andare avanti.
Perché fare memoria di Cristo significa ricordare chi siamo, riscoprire come siamo chiamati a vivere e trasformare ciò che celebriamo in vita concreta.

