Mons. Maniago: «Dio non si stanca di noi»

«Il Signore non si stanca di noi, non si stanca di questa umanità, nonostante tutto». È uno dei passaggi più intensi dell’omelia pronunciata dall’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace, S.E. Mons. Claudio Maniago, domenica 18 ottobre, nella Basilica della Madonna di Porto in Gimigliano (CZ), durante la solenne celebrazione eucaristica che ha segnato la conclusione del Giubileo Mariano nel quarto centenario delle origini del Santuario.

Una giornata particolarmente significativa per la comunità ecclesiale, nella quale si sono intrecciate la memoria delle origini del luogo mariano, la Visita pastorale nella forania di Gimigliano-Taverna e la preghiera per le famiglie. Circostanze diverse, ricondotte dall’Arcivescovo a un unico centro: Gesù Cristo, fondamento della fede e sorgente di una vita capace di rinnovarsi.

Nel richiamare la storia del Santuario, Mons. Maniago ha fatto riferimento all’apparizione mariana legata alla conversione di Pietro Gatto, il brigante la cui vicenda è custodita nella memoria religiosa di Gimigliano.

«È qui che è avvenuta un’apparizione che ha cambiato la vita di una persona», ha ricordato l’Arcivescovo, sottolineando come ancora oggi i pellegrini raggiungano questo luogo per chiedere a Maria di aiutarli a cambiare la propria esistenza.

Il riferimento alla conversione non è rimasto confinato alla rievocazione di un episodio del passato. Nelle parole di Mons. Maniago, la storia del Santuario diventa piuttosto una provocazione rivolta al presente: nessuna vita è definitivamente consegnata ai propri errori e nessuna condizione umana è sottratta alla possibilità di un cambiamento.

È questo, del resto, il significato più profondo della devozione mariana. Maria non trattiene su di sé lo sguardo dei credenti, ma lo orienta verso Cristo, ripetendo l’invito evangelico delle nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Il Giubileo, dunque, non si conclude semplicemente con una celebrazione, ma lascia alla comunità cristiana la responsabilità di custodire e tradurre nella vita quotidiana il cammino spirituale compiuto.

Particolarmente incisiva la riflessione dell’Arcivescovo sulla condizione del mondo contemporaneo, attraversato da guerre, violenze e sopraffazioni.

Mons. Maniago ha descritto un’umanità che sembra aver smarrito non soltanto il senso della fede, ma anche quello della ragione, affidando alla forza la soluzione dei conflitti e lasciando sempre meno spazio al dialogo e alla ricerca di una convivenza pacifica.

«Le parole ormai non servono più, anzi, si armano anche quelle», ha osservato, denunciando un clima nel quale persino il linguaggio rischia di diventare uno strumento di contrapposizione.

Di fronte a questo scenario, il messaggio cristiano conserva una forza sorprendente: Dio non si arrende all’uomo, non si allontana dalle sue contraddizioni e non interrompe la propria fedeltà.

«Il Signore non si stanca di noi, non si stanca di questa umanità, nonostante tutto».

È proprio questa certezza, secondo Mons. Maniago, a restituire speranza e a riaprire orizzonti quando sembrano prevalere la sfiducia e la rassegnazione. La fede non cancella le difficoltà della storia, ma permette di attraversarle senza rinunciare alla possibilità di un futuro diverso.

Da qui l’invito a lasciare che il Signore riporti luce nella vita delle persone, restituendo «la voglia di sognare ancora, di desiderare ancora qualcosa di bello e qualcosa di meglio».

Commentando il Vangelo della domenica, con la celebre risposta di Gesù sul tributo a Cesare, l’Arcivescovo ha affrontato il rapporto tra fede e responsabilità civile.

«Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» non significa, ha spiegato, dividere l’esistenza in due ambiti separati, riservando alla religione lo spazio della preghiera e alla società quello degli interessi quotidiani.

Al contrario, una fede autenticamente vissuta rende capaci di assumere fino in fondo le proprie responsabilità nel mondo.

«Se noi diamo a Dio quello che è di Dio, poi saremo capaci di dare anche a Cesare quello che è di Cesare».

Per Mons. Maniago, il cristiano non può considerarsi estraneo alle vicende della comunità civile. La relazione personale con Dio, pur conservando una dimensione intima, si sviluppa all’interno di un popolo ed esige una testimonianza condivisa.

La fede, dunque, non è una questione esclusivamente privata. È una chiamata a contribuire alla costruzione di una società più giusta, più onesta e più attenta alla dignità delle persone.

La riflessione ha assunto un significato particolarmente concreto quando l’Arcivescovo ha indicato alcuni ambiti nei quali misurare la responsabilità dei credenti.

Una società autenticamente giusta, ha osservato, deve sostenere maggiormente le famiglie, prestare attenzione ai ragazzi, prendersi cura delle persone bisognose e non dimenticare chi vive situazioni di fragilità.

Parole significative anche alla luce dell’incontro di preghiera con le famiglie della forania, inserito nel percorso della Visita pastorale.

Mons. Maniago ha richiamato, in particolare, il rischio di una cultura che misura il valore delle persone sulla base della loro produttività, fino a considerare marginali quanti non sono più in grado di contribuire secondo criteri esclusivamente economici.

Il riferimento a coloro che «non producono più e rischiano di essere rottamati» ha dato alla riflessione una precisa dimensione sociale.

La dignità umana, nella prospettiva evangelica, non dipende dall’efficienza, dall’età o dall’utilità economica. È un valore che precede ogni condizione e che domanda rispetto, attenzione e cura.

Da questa consapevolezza nasce l’impegno dei cristiani a essere cittadini responsabili e, con la forza dello Spirito Santo, collaboratori nella costruzione di «un’umanità nuova» fondata sulla carità e sull’amore.

Un altro passaggio dell’omelia ha riguardato la libertà e la responsabilità personale.

«Il Signore non è un grande burattinaio, noi non siamo burattini i cui fili sono tirati da un Dio che non ha sentimenti, un Dio che è solo potere».

Con questa immagine immediata, Mons. Maniago ha ricordato che il rapporto tra Dio e l’uomo non è fondato sulla sottomissione passiva, ma sulla relazione tra un Padre e i suoi figli.

Essere figli di Dio significa riconoscere la propria dignità e, insieme, assumere la responsabilità delle proprie scelte. Nessuno può sottrarsi al compito di fare la propria parte, nella famiglia, nella comunità ecclesiale e nella società.

È una prospettiva che riconduce anche la devozione mariana alla concretezza dell’esistenza: non un sentimento religioso separato dalla vita, ma un cammino che educa all’ascolto, alla libertà e alla testimonianza.

Nella conclusione dell’omelia, l’Arcivescovo ha affidato a Maria i propositi della comunità riunita nella Basilica, invitando i fedeli a riscoprire la bellezza della comunione con il Signore e a tradurla in un impegno più generoso nelle proprie realtà quotidiane.

La conclusione del Giubileo Mariano non rappresenta, quindi, soltanto il termine di un anno di celebrazioni e pellegrinaggi. È anche un passaggio di responsabilità per quanti hanno attraversato questo luogo di fede e ne hanno condiviso il cammino spirituale.

La vicenda di Pietro Gatto, richiamata nella memoria delle origini del Santuario, conserva così tutta la sua attualità. La conversione non appartiene soltanto alla storia di un uomo, ma rimane una possibilità aperta per ciascuno.

Ed è forse proprio questo il messaggio più significativo consegnato da Maniago alla comunità diocesana: in un tempo che sembra lasciare poco spazio alla fiducia, la fede cristiana continua ad annunciare un Dio che non si stanca dell’umanità e che non smette di chiamarla a una vita nuova.